«Na lacrema ncima a na foglia»: l’intervista agli autori del corto ciociaro che unisce Castelliri e piazza Testaccio

Il legame viscerale con la propria terra d’origine e la costante ricerca di autenticità si fondono nel cortometraggio Na lacrema ncima a na foglia. Scritto dall’attore Michele Capuano e diretto dal regista Niccolò Gabriele, l’opera rappresenta un viaggio intimo che unisce idealmente piazza Testaccio a Roma con il comune di Castelliri, in provincia di Frosinone. Attraverso l’uso del dialetto locale, i due autori raccontano una storia fatta di radici profonde, conflitti interiori ed emozioni da riscoprire.

Questo progetto cinematografico indipendente si distingue per la sua capacità di dare voce alla provincia, celebrando le peculiarità della Ciociaria senza cadere in stereotipi o facili nostalgie. Gli autori sono riusciti a trasformare un’esperienza strettamente personale in un racconto universale, capace di parlare al cuore di chiunque abbia vissuto l’esperienza del distacco dalla propria terra natale per motivi di studio o di lavoro.

Il legame profondo con Castelliri

La genesi di questo cortometraggio affonda le sue radici nell’infanzia dei due autori, legati non solo da una stretta collaborazione artistica, ma anche da un vincolo di parentela in quanto cugini di secondo grado. Cresciuti tra i vicoli e le piazze della provincia ciociara, Michele e Niccolò hanno sempre condiviso una visione comune dell’arte, intesa come mezzo per esplorare la propria interiorità. Il ritorno a Castelliri, dopo le esperienze accumulate a Roma Capitale, ha rappresentato un passaggio obbligato per ritrovare quella genuinità che spesso la frenesia della metropoli rischia di soffocare.

I due artisti ci hanno accompagnato attraverso i luoghi più significativi del paese. Ci siamo fermati davanti alla fontana storica, che il bisnonno Arturo costruì nel centro del comune, posizionata in una suggestiva piazza. Questi spazi fisici rievocano ricordi d’infanzia e un forte senso d’appartenenza, che i ragazzi condividono con la famiglia sul terrazzo dove un tempo consumavano i pranzi domenicali.

La famiglia gioca un ruolo fondamentale nella vita e nel percorso dei due giovani, circondati dall’affetto di nonna Milvia, nonna Rita e l’ormai scomparso nonno Antonio, che hanno seguito con orgoglio ogni loro passo. La passione artistica scorre nel sangue di questa famiglia, un vero e proprio patrimonio culturale che spazia dalla pittura, passione per musica classica e jazz, fino a raggiungere il teatro. La zia dipinge ed è laureata in pianoforte classico e jazz, mentre il padre è diplomato in tromba: un DNA creativo che si tramanda di generazione in generazione e che costituisce la linfa vitale da cui ha tratto origine l’ispirazione per scrivere Na lacrema ncima a na foglia.

Per restituire visivamente questa atmosfera familiare e la genuinità dei luoghi, le riprese del corto hanno seguito una metodologia di produzione basata sulla spontaneità, che esclude copioni rigidi in favore di una narrazione dinamica. Il regista Niccolò Gabriele ha illustrato queste precise scelte tecniche e poetiche, con l’intento di sottolineare l’importanza di lasciarsi sorprendere dalla realtà quotidiana durante la lavorazione sul set:

Siamo partiti ovviamente dal testo che è la sua poesia. Partendo dal fatto che la sua poesia è un po’ un flusso di coscienza di cose che nota in Ciociaria, a Roma, a Napoli, ovunque, la cosa importante per me è stato riprendere momenti quotidiani. Cioè, io e lui andavamo in giro, non è che avevamo in mente qualcosa da riprendere, ma ci lasciavamo sorprendere dai fatti che avvenivano, proprio per evitare di raccontare qualcosa di preconfezionato, ma qualcosa di spontaneo, libero. E, quindi, andando a braccio con il testo, secondo me siamo riusciti a creare questa sinergia tra le parole e e le immagini, che poi si sono raccontate da sole. Ci sono tantissimi altri video, sempre di quella giornata o di altre giornate, che poi non abbiamo messo ma che raccontano delle esperienze di una persona che si lascia attraversare dal dai luoghi e dai posti che frequenta, che siano Ciociaria o Roma o Napoli.

Piazza Testaccio e la Ciociaria

L’idea di comporre la poesia è nata quasi per caso in un pomeriggio romano, precisamente a piazza Testaccio, un luogo che per la sua particolare atmosfera ha saputo ricreare una connessione immediata con la dimensione provinciale. L’attore ha spiegato come l’esigenza di scrivere sia emersa in un momento di forte riflessione interiore, stimolata dall’osservazione di un bambino che giocava e cadeva nella piazza. Da quella singola immagine è scaturito un flusso di coscienza che ha portato alla stesura spontanea dei versi dialettali, concepiti come uno strumento per sciogliere i nodi e le incertezze della vita quotidiana.

Esiste una profonda e inaspettata somiglianza tra la piazza romana e la provincia ciociara. Mentre la metropoli impone ritmi serrati, rumore, stress e un costante stato di tensione logorante, quello specifico angolo di Testaccio offre uno spazio a misura d’uomo, dove il tempo sembra rallentare. È un luogo d’incontro in cui le persone passeggiano senza fretta e si guardano negli occhi, fino a riconoscersi l’una con l’altra, proprio come accade nei piccoli centri della provincia di Frosinone. Questa analogia visiva e sociale ha permesso ai due autori di superare la distanza geografica e riprodurre a Roma un rifugio emotivo identico a quello di Castelliri.

La caduta del bambino nella piazza diventa la perfetta metafora delle fragilità umane, della paura di cadere e della forza necessaria per rimettersi in cammino. L’attore Michele Capuano ricollega questa sensibilità a una riflessione scolastica della sua infanzia, un inno alla gioia che richiede uno sforzo costante e coraggioso. Accettare le proprie debolezze e concedersi il pianto non costituiscono segni di sconfitta, ma rappresentano passaggi essenziali per una crescita infantile ed emotiva. Capuano ha descritto con queste parole il senso profondo della ricerca interiore che unisce i due mondi e il legame inscindibile con la propria terra d’origine:

È partita una ricerca come da Roma così pure da Castelliri. Mi ha riportato un po’ alle radici perché, secondo me, quando si ricerca autenticità si scava in sé stessi. Quando c’è una ricerca dell’altro, c’è una ricerca di sé stessi pure in primis. Quindi abbiamo deciso, io e Niccolò, di fare questo progetto. Ha creduto in questa in questa poesia e ha deciso di fare di fare delle riprese e di curare il montaggio di Na lacrema ncima a na foglia, che unisce un po’ le piazze, le varie piazze, a partire dal paesino mio di nascita fino ad arrivare in piazza a Testaccio dove, da un verso, poi, di getto, ho scritto la poesia, nostalgicamente un po’ ricordando anche la mia infanzia, il mio vissuto qui.

La riflessione prosegue poi con il ricordo del suo percorso scolastico e con la necessità di accettare il proprio lato più vulnerabile:

Questa cosa, secondo me, parte da un tema che ho scritto da piccolo a scuola che finiva così, l’avevo riletto: «Nella vita voglio sempre sforzarmi di essere felice, perché la vita è bella». Sembra una cosa brutta, però in realtà ci serve pure quello sforzo coraggioso per provare delle emozioni e pure pe caccià na lacrema ogni tanto. Da lì questo questo bisogno e questa necessità di raccontare a qualcuno e a me stesso, accettandolo, di vivere con coraggio e con tutta l’anima le emozioni più forti della vita, che poi sono le più semplici, ma son le più difficili, delle volte, da vivere al giorno d’oggi.

L’acqua come ciclo

L’elemento acquatico rappresenta il fulcro visivo dell’intera opera, una presenza costante che unisce i diversi scenari descritti nel cortometraggio. La telecamera si sofferma sul salto imponente di una cascata, ripresa sia alla luce del sole sia in una suggestiva atmosfera notturna, e sullo scorrere vorticoso del fiume. Questa fluidità si manifesta anche nei giochi dei bambini che si spruzzano l’acqua a vicenda in piazza, o nel dettaglio intimo di una singola goccia in bilico su una foglia verde. La goccia d’acqua si sovrappone direttamente all’occhio del protagonista e diventa una lacrima che riga il suo volto.

Questo scorrere continuo riflette la complessa condizione di uno studente o lavoratore fuori sede, costretto ad allontanarsi temporaneamente dalla propria terra natale. Il viaggio dell’individuo segue le stesse trasformazioni fisiche dell’elemento naturale, un percorso di andata e ritorno che non cancella l’identità d’origine. Chi parte per la metropoli sperimenta la distanza, eppure continua a subire l’influenza delle proprie radici, in un continuo scambio emotivo tra la provincia e la grande città. Niccolò Gabriele descrive questo parallelismo con precisione e accosta le tappe del viaggio umano alle metamorfosi dell’acqua:

Anche il concetto dell’acqua è importante come ciclo. Noi, almeno nel video, partiamo dalla cascata, partiamo dalla sua lacrima, poi ci sono dei bambini che gli buttano l’acqua addosso. Quindi, diciamo, il circolo che fa l’acqua è simile a quello che fa una persona che può essere, non so, un fuorisede che se ne parte dalla sua terra, poi arriva a Roma, ma comunque la influenza, ne viene influenzato… e c’è questo scambio tra città e provincia che, secondo me, è interessante.

La sensibilità poetica nei confronti dei corsi d’acqua affonda le proprie radici nella memoria storica della famiglia di Michele. Il nonno materno dell’attore, il noto poeta isolano Neno Pisani, scrisse versi celebri dedicati al fiume Liri. È rinomata la sua lirica intitolata Glio shiume mia, primo premio al XII concorso letterale provinciale EPC. Il cortometraggio accoglie questa preziosa eredità letteraria e trasforma lo scorrere della corrente in un tributo sincero a chi ha saputo cantare le bellezze della natura, le malinconie della provincia, la speranza del ritorno e la profonda nostalgia dell’infanzia.

Ricchezza poetica del dialetto

La scelta di utilizzare il dialetto rappresenta una decisa affermazione di identità e di dignità artistica. La lingua locale perde qualsiasi connotazione caricaturale, spesso associata alla provincia e alla sua volgarità o ignoranza nei media tradizionali, e assume una profonda solennità. Le parole dialettali diventano lo strumento ideale per esprimere sentimenti universali, come la solitudine, la ricerca di sé, le paure quotidiane e l’amore inespresso.

Il nucleo della poesia sviluppa una profonda riflessione sulla necessità di agire e di affrontare i rischi dell’esistenza. La figura della foglia, che subisce passivamente il proprio destino e si lascia trasportare dal vento, è contrapposta alla forza cosciente della goccia, pronta a gettarsi nel vuoto per ricongiungersi al flusso vitale. Il cammino del protagonista si compie su una spiaggia solitaria all’imbrunire.

Testo

Riportiamo integralmente il testo della poesia di Capuano seguito dalla traduzione in italiano. Le vocali o ed e finali si leggono ridotte. Il brano ripercorre il percorso spirituale dell’autore e si chiude con le tre parlate (napoletano, romano e ciociaro) rette da un’anafora, a simboleggiare la necessità di avere coraggio, indipendentemente da dove ci si trovi.

Na lacrema ncima a na foglia

Fa’ la goccia,
non fà la foglia.
Se hè da cascà!
Pò esse che te fé male, vaglio’.

Comme a chella creatura a Testaccio
che steva a giocà…
boom!
No piduocchio piccolo piccolo che sbarreva
glie occhie i vardeva alla mamma,
comme a dì:
«Che sta a soccede? Dia, comme me fa male!»
Alla fine mica s’è rutto la faccia
i manco s’è cavato n’uocchio.
Chiagneva, chiagneva… shine,
è vero, lo sapemo tutte. Fa male, è brutto
quanno te se sbuccia glio genocchio.

Oppuro comme a chella cascata, che teneva
‘n braccio na goccia d’acqua che è dato
du bacitte aglie pariente
i, pe prima, s’è ittata a shiume.
Chi sompeva de qua, «Ndo sta?»
Chi sompeva de là. De botta s’è rencontrata
sotto, ‘n piazza, a cavalluccio co ata
gente ancore i puro co glie amice sia de ncima:
s’abbracceveno, redeveno, canteveno
tutte nsieme.

Comme alle gocce de pioggia,
loro lo sanno, compa’.
Se hè da cascà!
Nò che t’hè da ittà,
l’hè da mitte ‘n cunto ca pó cascà,
ma l’hè da fà!
«Dia, che dolore!»
Se hè da cascà co tutta l’anema
e glio core.
Se hè da cascà pe sentì che diavolo
è st’amore.
Almeno na vota, na vota,
vó cascà da sta bececletta
prima de corre a ciento all’ora?

‘N piazza a Testaccio,
steva a pensà a sto calabrone ruscio
che sceva i ntreva da no buscio arreto a mé
mentre steva a pensà a chella.
Ch’è bella!
Sarao tre o quatto mise che stemo nsieme,
ma essa non lo sa.
Nsomma, só visto sta creatura
sbatte ‘n terra,
glio core a mille all’ora pe chella,
co sto calabrone che me gereva attuorno,
le campane a mesojuorno…
me só ditto: «Vaglio’, che sta a soccede?
Revegliete, che è juorno.»

Che sia annanze ô mare ‘e Margellina,
che sia sotto a ‘n platano ‘n piazza a Testaccio,
o aglio muraglione de Castegliuccio,
core mia,
hè da cascà si tié la voglia,
ma prima che è arrevata l’ora tia:
sie no vaglione, nò na foglia.

Una lacrima su una foglia

Fa’ la goccia,
non fare la foglia.
Si deve cascare!
Può essere che ti fai male, ragazzo.

Come quel bambino a Testaccio
che stava giocando…
boom!
Un pidocchio piccolo piccolo che sbarrava
gli occhi e guardava la mamma,
come a dire:
«Che sta succedendo? Oddio, come mi fa male!»
Alla fine non si è rotto mica la faccia
e manco si è cavato un occhio.
Piangeva, piangeva… sì,
è vero, lo sappiamo tutti. Fa male, è brutto
quando ti si sbuccia il ginocchio.

Oppure come quella cascata, che teneva
in braccio una goccia d’acqua che ha dato
due bacetti ai parenti
e, per prima, si è gettata al fiume.
Chi saltava di qua, «Dov’è?»
Chi saltava di là. Di botto si è rincontrata
sotto, in piazza, a cavalluccio con altra
gente ancora e pure con i suoi amici di su:
si abbracciavano, ridevano, cantavano
tutti insieme.

Come le gocce di pioggia,
loro lo sanno, amico.
Si deve cascare!
Non che devi gettarti,
lo devi mettere in conto che puoi cadere,
ma lo devi fare!
«Oddio, che dolore!»
Si deve cadere con tutta l’anima
e il cuore.
Si deve cadere per sentire che diavolo
è quest’amore.
Almeno una volta, una volta,
vuoi cadere da questa bicicletta
prima di correre a cento all’ora?

In piazza a Testaccio,
stavo pensando a questo calabrone rosso
che usciva e entrava da un cespuglio dietro di me
mentre stavo pensando a quella.
Quant’è bella!
Saranno tre o quattro mesi che stiamo insieme,
ma lei non lo sa.
Insomma, ho visto questo bambino
sbattere a terra,
il cuore a mille all’ora per quella,
con questo calabrone che mi girava intorno,
le campane a mezzogiorno…
mi sono detto: «Ragazzo, che cosa sta succedendo?
Risvegliati, ché è giorno.»

Che sia davanti al mare di Mergellina,
che sia sotto un platano in piazza a Testaccio,
o al muraglione di Castelliri,
cuore mio,
devi cascare se ne hai la volontà,
ma prima che sia arrivata l’ora tua:
sei un ragazzo, non una foglia.