Le dimissioni annunciate da Massimiliano Tagliaferri dalla presidenza del Consiglio comunale di Frosinone e dal Consiglio stesso rappresentano uno di quei passaggi che, in politica, non vanno letti soltanto per ciò che dicono formalmente, ma per ciò che rivelano. Tagliaferri ha spiegato che formalizzerà l’addio a giugno, dopo la seduta sul Rendiconto: una scelta rinviata nel tempo, ma già politicamente pesante nel presente.
Sarebbe riduttivo archiviare la vicenda come una scelta personale. Certo, Tagliaferri ha parlato ai microfoni di CiociariaOggi di una “scelta di vita”, ma le parole che accompagnano la decisione raccontano molto di più: il disagio verso un’amministrazione percepita come più concentrata sulla visibilità e sulla conservazione degli assetti che sulla soluzione concreta dei problemi. Secondo le ricostruzioni pubblicate, il presidente del Consiglio aveva posto al sindaco alcune questioni amministrative specifiche — quali l’ ascensore inclinato, Multipiano, scuola Pietrobono, centro di trasferenza, strisce blu — lamentando l’assenza di risposte per circa un anno.
Il punto vero è questo: le dimissioni di Tagliaferri non sono l’inizio della crisi Mastrangeli. Sono la certificazione pubblica di una crisi che covava da tempo.
Da mesi, infatti, la maggioranza di centrodestra che governa Frosinone appare più come un arcipelago che come una coalizione. AlessioPorcu.it ricorda il progressivo allontanamento di diversi consiglieri dall’area di governo: Anselmo Pizzutelli, Maria Antonietta Mirabella, Giovanni Bortone, Pasquale Cirillo, Maurizio Scaccia, Teresa Petricca e Giovambattista Martino, con altri passaggi più mobili e rientri successivi.
Questo dato pesa perché Mastrangeli, nel 2022, vinse dentro uno schema largo, civico e partitico insieme. Al primo turno sfiorò l’elezione con il 49,2% e poi vinse il ballottaggio con il 55,32% contro Domenico Marzi: numeri importanti, ma costruiti su una coalizione che oggi non sembra più avere la stessa compattezza politica.
Il BRT è stato il detonatore, ma non è l’unica causa. Il progetto, nelle intenzioni dell’amministrazione, dovrebbe collegare la Stazione di Frosinone con piazzale De Matthaeis tramite bus elettrici su corsia preferenziale, dentro una strategia di mobilità sostenibile inserita nel PUMS e legata alla riduzione dell’uso dell’auto privata. Il Comune ha spiegato che il tracciato interesserà oltre 22 mila residenti e che il sistema prevede mezzi elettrici dedicati.
La visione, in sé, non è da liquidare. Frosinone ha un problema reale di traffico, smog, parcheggi e dipendenza dall’auto. Una città capoluogo non può restare immobile. Ma un’opera pubblica, soprattutto quando modifica abitudini quotidiane, commercio, sosta e viabilità, non può essere soltanto approvata: deve essere condivisa, accompagnata e spiegata ai cittadini, la cui maggior parte non sono pronti a un cambiamento radicale. O forse, non lo sono mai stati. Ed è da qui che è maturato il corto circuito politico.
Già nell’agosto 2025 Fratelli d’Italia si era opposta al metodo seguito sul BRT, contestando il mancato recepimento delle richieste di revisione e confronto; nello stesso passaggio, Tagliaferri aveva provato a suggerire un rinvio per abbassare la tensione e aprire un dialogo dentro la maggioranza.
Oggi quel dissenso non è più una nota a margine: è diventato il cuore della crisi. Il BRT, da infrastruttura, si è trasformato in simbolo politico. Non rappresenta più soltanto una corsia preferenziale o una navetta elettrica. Rappresenta il rapporto tra sindaco e maggioranza, tra amministrazione e cittadini, tra decisione tecnica e consenso politico.
È qui che il caso Tagliaferri assume un significato più profondo. Quando il presidente del Consiglio comunale — figura che dovrebbe garantire equilibrio istituzionale, in questo caso dentro e fuori Palazzo Munari — sceglie di lasciare anche il seggio, il messaggio è chiaro: non si tratta di una semplice divergenza su una delibera. È una rottura sul metodo.
La maggioranza Mastrangeli può anche continuare a governare nei numeri, ma il problema non è solo aritmetico. Una maggioranza può sopravvivere in Aula e al tempo stesso consumarsi nella città. Può approvare atti e perdere pezzi di fiducia. Può rivendicare il programma elettorale e non accorgersi che, nel frattempo, il contesto politico è cambiato.
Il passaggio successivo sarà delicatissimo: bisognerà eleggere un nuovo presidente del Consiglio comunale. Secondo le ricostruzioni, fino all’elezione del successore le sedute sarebbero presiedute dal vicepresidente o, in assenza, dal consigliere più anziano; ma soprattutto quella votazione sarà il primo vero test della tenuta politica della maggioranza dopo lo strappo.
E poi c’è il 2027. Tagliaferri, lasciando dopo il Rendiconto, si libera politicamente le mani in vista delle prossime comunali. Lo stesso scenario locale appare già fluido: centrodestra diviso, Forza Italia in posizione autonoma, Fratelli d’Italia più forte ma non necessariamente allineata, area civica in movimento, centrosinistra chiamato a trovare una sintesi credibile.
Per uscire dalla crisi non basterà sostituire Tagliaferri. Servirà una verifica politica vera: sul BRT, sui cantieri, sui parcheggi, sulle opere rimaste sospese, sui rapporti interni alla coalizione e sul modo in cui le decisioni vengono prese. Perché il nodo non è solo “andare avanti”. Il nodo è capire con chi, per fare cosa e con quale legittimazione politica.
Le dimissioni di Tagliaferri sono dunque un terremoto non perché facciano cadere immediatamente l’amministrazione, ma perché tolgono un alibi: da oggi nessuno può più fingere che la crisi sia solo rumore di fondo. La crepa è diventata visibile. E quando una crepa arriva al centro dell’Aula, non riguarda più soltanto i palazzi. Riguarda la città.
