L’intelligenza artificiale ci sta rovinando? Quando la realtà sembra creata con l’IA

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato il video di un tir che affronta una manovra impossibile sull’autostrada A1, in corrispondenza dello svincolo d’uscita per il casello di Frosinone. È un video che ci è capitato in rete e abbiamo voluto ricondividerlo sui nostri canali dopo esserci assicurati che fosse un evento realmente accaduto.

Per renderlo adatto agli algoritmi dei social, abbiamo centrato l’inquadratura sul veicolo, ritagliato il filmato sulla scena interessante, corretto i colori, aggiunto un titolo e una musica in sottofondo. Insomma, il solito pacchetto di ottimizzazioni che trasformano un buon contenuto in un contenuto virale.

La questione

Ci siamo resi conto subito che, nei commenti, molti utenti non sembravano convinti dal video: «Non vedete che è un video fatto con l’IA?», «Si vede che è IA» e via discorrendo. Quindi, la domanda ci è sorta spontanea: siamo ancora in grado di distinguere la realtà?

Il video che abbiamo ripreso, così come è stato caricato, dura un minuto e l’originale è tratto dal filmato di una dash cam, ovvero una piccola telecamera da cruscotto a registrazione continua. A causa della compressione dei social, alcuni dettagli del video non si distinguevano chiaramente, tra cui per esempio la targa del mezzo.

La compressione stessa del video caricato e ricaricato su diverse piattaforme non ha certamente aiutato a scongiurare il pensiero che potesse essere un video finto, con alcuni utenti che ironizzavano sulla qualità delle riprese nonostante i progressi tecnologici.

Fortunatamente, l’IA non è ancora in grado di creare scene tanto lunghe e complesse, o perlomeno non senza renderlo in qualche modo evidente. Se a questo aggiungiamo le testimonianze di chi ha visto la manovra dal vivo e la coerenza con gli altri video presenti sul profilo TikTok del conducente, l’ipotesi del falso crolla del tutto.

L’IA come strumento

Oggi siamo invasi da video creati ad arte per ingannarci, ma dobbiamo imparare a distinguere tra i vari livelli d’inganno: un video apparentemente finto può essere stato creato con intelligenza artificiale generativa, in computer-grafica, tramite montaggio digitale o anche con i classici trucchi di magia e illusioni ottiche, ma può essere anche frutto di una serie di coincidenze assurde, come in questo caso.

I moderni sistemi d’intelligenza artificiale, se usati per assistere il lavoro e la creatività della persona, possono essere un importante strumento. Gli applicativi basati sull’IA di cui disponiamo oggi possono essere usati per trovare idee, riscrivere testi, modificare immagini o per altre attività che altrimenti richiederebbero troppo tempo.

Quando si delega troppo all’IA

Oggi, l’uso più consapevole dell’IA, in particolare, è quello di automatizzare i compiti ripetitivi, non tanto la creazione di video o immagini a fine artistico o intrattenitivo. Nonostante la discussione sull’impiego dell’IA nell’arte sia ancora in corso e non ci sia una risposta oggettiva, non possiamo non osservare che questi strumenti faranno parte della società del futuro.

Un computer non può mai essere ritenuto responsabile, pertanto un computer non deve mai prendere una decisione gestionale.

Questa frase compariva in un manuale di formazione IBM del 1979 ed è più attuale che mai: per fare un esempio pratico, oggi sui social è molto difficile richiedere assistenza a un umano quando si subisce un blocco del profilo o la rimozione di un commento, perché la gestione è delegata quasi interamente a un algoritmo.

Sui social, per esempio, è sempre più facile trovare un agente IA piuttosto che un umano quando si contatta l’assistenza di molte piattaforme ed è sempre più difficile, nel mare di contenuti in cui viviamo oggi, far sentire la propria voce in caso di limitazioni.

La paura della modernità

Questo continuo delegare alle IA può portare a una crescente sfiducia nei confronti dell’informazione stessa. Il pregiudizio verso ciò che è stato creato con l’IA può essere più forte della riluttanza verso il suo uso, da cui oggi non scappa nessuno: chiunque, magari anche inconsciamente, almeno una volta l’ha usata, poiché le grandi piattaforme mondiali stanno spingendo molto per cercare di appropriarsi di questo nuovo ambito.

Un recente esperimento sociale ha preso di mira un quadro del 1915 dipinto da Monet, tratto dalla sua serie Ninfee. L’esperimento consisteva in un tweet su X che recitava:

Ho appena generato un’immagine nello stile dei dipinti di Monet con l’IA. Descrivetemi, quanto più dettagliatamente possibile, che cosa lo rende inferiore a un vero dipinto di Monet.

ninfee monet 1915

Al messaggio era allegata l’immagine di questo dipinto. Diversi utenti, in una maniera simile al video del tir sull’A1, si sono infuriati nei commenti:

Quest’opera è ridicola: sembra fatta da un bambino che ha rovesciato i colori sulla tela.

Le pennellate non sono precise, le sfumature dei colori variano poco e l’effetto globale è più sporco che armonioso. Le opere di Monet hanno movimento, qui non ce n’è.

L’immagine, nemmeno a dirlo, mostrava un vero dipinto di Monet. A seguito della rivelazione, molti di questi commenti sono stati eliminati. Questo ci dimostra come spesso abbiamo più paura del concetto di uso dell’IA stessa rispetto al suo uso effettivo.

La paura, in genere, nasce da ciò che non si conosce. È facile, tutto sommato, avere paura dell’IA: sentiamo parlare spesso dei suoi svantaggi, tra cui la sostituzione di posti di lavoro, la mancanza di trasparenza rispetto al diritto d’autore, le cosiddette allucinazioni, cioè informazioni false scambiate ciecamente per vere, e il consumo di energia elettrica e acqua dolce necessario per addestrare i modelli.

Tutti questi problemi, insieme all’aumento dei costi delle terre rare, tema strategico che tocca da vicino anche la Ciociaria, e al timore di una normalizzazione anglocentrica a scapito delle singole identità culturali locali e di una perdita di sovranità digitale, alimentano una condivisibile paura verso sistemi che, nelle forme più elementari possibili, non sono altro che somme e prodotti in serie a velocità incredibili e altri trucchetti algebrici e probabilistici più complicati.

Il giusto mezzo

Nella società dell’informazione in cui viviamo oggi, però, sarebbe quasi impossibile moderare tutti i contenuti che vengono caricati dagli utenti senza l’uso di risorse simili. Strutture automatizzate simili a quelle che vediamo oggi, alla fine, esistono da anni.

La stessa moderazione dei social è spesso lasciata agli algoritmi, sebbene oggi molti operino secondo un flusso che prevede prima la pena e poi la remissione, prima il blocco di un post o di un profilo e poi la riammissione di esso al pubblico.

Anche negli ambiti dell’informazione e della comunicazione questi strumenti possono essere usati consciamente per arricchire una produzione di qualsiasi tipo, ma non si può e non si potrà mai lasciare la cura di un’intera pubblicazione in mano a essi.

Ciò che accadrà in futuro sarà, invece, la generalizzazione di questi attrezzi: se in origine potevano scrivere singoli testi coerenti, oggi possono scrivere anche interi libri in maniera accettabile, in futuro magari potranno gestire intere pagine, ma sarà sempre necessaria una spinta umana per poter rendere qualsiasi progetto realtà.

In quest’ottica, auspichiamo che la ricerca sulle nuove tecnologie continui e che, col tempo, si cerchino di mitigare sempre di più gli effetti negativi di questi programmi. Da creatori di contenuti, prima ancora che informatori, speriamo che la creatività umana possa continuare a spiccare tanto a scapito quanto anche grazie all’aiuto delle intelligenze artificiali.

Sappiamo che molti di quei commenti sono stati lasciati in buona fede e che viviamo in un mondo complesso in cui non è facile stare al passo con lo sviluppo. Ci auguriamo che cresca, da qualsiasi fronte, la consapevolezza e la volontà d’informarsi sull’IA e su ciò che se ne può fare oggi.